Viene annunciato da Isaia, proclamato da Giovanni. Tutti cercano di tirarlo un po’ dalla propria parte, ognuno lo vorrebbe secondo le sue aspettative. Ma Lui è fatto a modo suo: è della stessa sostanza del Padre.
I profeti sono amici fidati di Dio, incredibili nella loro missione, ma sempre uomini poveri e fragili, come me e come te. Hanno provato a raccontare ai loro fratelli a noi ciò che Dio desidera far conoscere di sé; eppure, tutte le parole del mondo non bastano a colmare il mistero di chi Dio sia.
Dalle letture che la liturgia ci propone in questa seconda settimana di Avvento emerge un’immagine precisa di Colui che dobbiamo attendere: un nuovo germoglio dalla radice di Iesse, padre del giovane Davide che diventerà il grande re d’Israele.
Su di Lui risiederà in pienezza lo Spirito Santo, con tutti i suoi doni. Non sarà impulsivo, ma paziente; amante dell’ascolto più che del giudizio. Così buono che, ancora più di San Francesco, non solo saprà ammansire il lupo, ma porterà pace tra creature che da sempre vivono come preda e predatore. Tutti vorranno far parte di questa nuova era di pace, totalmente oltre la logica umana.
Giovanni, nel deserto, grida alla conversione: a ogni persona, di ogni rango. Anche a coloro che si credevano già santi, ricorda la necessità di restare vigilanti, di non chiudersi, di non vivere di falsità e ipocrisia.
Non basta una lavata di testa per entrare nel Regno dei cieli: occorre cambiare il cuore e la mente, questi due organi capaci di espandersi immensamente, ma che talvolta s’induriscono più della pietra.
Alla fine, la domanda resta: vogliamo convertirci con Giovanni al Messia che viene? O, come tanti, anche questo Natale arriverà e passerà senza che nulla cambi davvero nella nostra vita?




