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Nessuno si salva da solo: che dono Don Francesco!

Incontro con don Francesco

Nella sala Guitmondo, del seminario vescovile di Aversa, un messaggio chiaro: NESSUNO SI SALVA DA SOLO. Così inizia l’ultimo incontro del percorso diocesano pensato per i 25/35.

Un concetto forte, chiaro, che non lascia spazio a nessun dubbio e che inevitabilmente preannuncia già, ciò che sarebbe successo di li a poco, grazie a don Francesco, ultimo ospite di questo viaggio straordinario, custode del Monastero a Fondi.

Un momento profondo, intenso in cui ci si è sentiti anche solo per un attimo, non spaesati, non soli, ma accolti, compresi, accompagnati in quel senso di incompiutezza che spesso pervade un giovane adulto.

Si inizia con una canzone. Parla del tempo che passa, di semi che non si vedono ma lavorano sotto terra. “Tutto quello che viviamo” dice “è un sogno che Dio ha già fatto su di noi”. Inizia così un lungo racconto, che attira da subito l’attenzione e il cuore di tutti.

“Il primo strumento per il futuro è tornare a sognare” scandisce don Francesco, inteso come una riconnessione tra l’umano, l’animale e il vegetale. Parla di Genesi, di un Dio che consegna il creato all’uomo “perché lo coltivasse e lo custodisse” e il creato custodisce noi.

“Nessuno si salva da solo, la vera bruttura del mondo inizia proprio quando non si pensa più al noi, all’altro, ma solo ad un “io” ingombrante. Continua incalzando. “Quello che sogni di te, tu diventi”, riconosciti capace di bene. Riconosciti capace di rialzarti. È l’unico modo per non affogare”.

Dal sogno si passa alla fatica, come strumento di futuro possibile, affermando che“La Bibbia non vuole sacrifici. Vuole fatica”. Essa è l’impegno manuale, il “sangue dal naso” per aver sognato troppo forte, il realizzare qualcosa con le proprie mani senza scorciatoie. Citando don Milani, ricorda che “finché c’è fatica c’è speranza”, ricordando che quando tutto è troppo facile, spesso si finisce per pagare con la propria dignità.

Fa un dono poi a tutta la platea, con la proiezione di un cortometraggio, un bambino, una talpa, una volpe e un cavallo e da quel momento cuce le fila di una storia così carica di significato, di una semplicità disarmante. Ricorda di curare la bellezza sempre, come Geremia che vede un mandorlo fiorito in pieno inverno. Alle brutture della vita, bisogna rispondere e opporsi con una strategia di bellezza, nelle relazioni e nei luoghi.

Incalza sulla gentilezza, che non deve essere concepita come debolezza ma come forza d’animo. “Che vuoi fare da grande?” Chiede la talpa al bambino “Essere gentile”. Ed è in questa riflessione che ricorda di porre l’attenzione all’interiorità, richiama all’attenzione verso l’altro, che spesso è superficiale, senza reale interesse e a non avere paura, temendo il giudizio degli altri, poiché siamo amati così come siamo, nelle nostre imperfezioni, nei nostri sbagli, nella nostra bellezza imperfetta.

Per questo motivo, afferma che le lacrime, la capacità di sapersi commuovere dinanzi anche alle cose più semplici della vita, non sono un atto di debolezza, ma un segno di forza, la vera chiave per un cuore realmente aperto alla tenerezza. Il coraggio sta proprio in questo, nell’atto di mostrarsi così come si è davanti all’altro, di chiedere aiuto, rifiutando l’autosufficienza dell’adulto che vuole fare tutto da solo e finisce per schiantarsi sotto i pesi della vita. L’invito finale è quello di affrettarsi ad amare, non rimandando a domani il bene, il perdono o un abbraccio.

Don Francesco, continua a sorprendere, invita la platea ad un esercizio di meditazione: chiudere gli occhi e immaginare gli ultimi 10 minuti di vita per visualizzare chi si vorrebbe accanto; la persona che più si ama e che si vorrebbe nell’ultimo giorno della propria vita. La sala in silenzio, tutto tace, davanti gli occhi forse, la vita che scorre, pensando probabilmente a quanto poco si è detto un “ti voglio bene”, un“resta qui con me”.

L’incontro si conclude con il gesto simbolico dell’unguento di Nardo messo sulle mani dei partecipanti, invitandoli a lasciarsi amare da Dio e dagli altri, mentre in sottofondo scorrono le canzoni A te di Jovanotti e Abbi cura di me di Simone Cristicchi. La sala profuma ora di Nardo e attesa e si torna a casa consapevoli che dopotutto, nonostante tutto, Dio ci ama, perchè suoi figli, spesso inadeguati, spesso incompiuti, ma pur sempre suoi figli.

Commissione giovani adulti